Nella storia è facile trovare artisti famosi che hanno beneficiato del sostegno della propria moglie o della propria compagna. Spesso non si trattava solo di un aiuto morale, tanto che in alcuni casi era la donna stessa l’autrice e l’uomo a prendersi il merito.
Altri interessanti casi sono quelli di artisti uomini che beneficiarono del sostegno di filantrope o amiche e amanti che li mantenevano permettendo loro di creare opere, scrivere, dipingere, diventare celebri.
Le due principali fonti di questo scritto sono tratte da: “Vite scritte” di Javier Marias e “Nosotras. Historias de mujeres” di Rosa Montero, che qui citeremo per comodità come ‘Marias’ e ‘Montero’.
Tra le persone che beneficiarono del sostegno femminile citiamo il celebre Rainer Maria Rilke, la cui moglie Clara Westhoff, scultrice, creò il contatto con lo scultore Auguste Rodin, il quale diede a Rilke un impiego di due ore al giorno. Praticamente l’unico lavoro che aveva lo scrittore. (Marias p. 83). Soprattutto era sua abitudine farsi mantenere, in attesa dell’ispirazione, da nobildonne che lo ospitavano in palazzi e castelli, come la principessa Marie von Thurn und Taxis, la principessa di Contacuzene e la contessa Margot Sizzo-Noris Crouy. Per completare le “Elegie Duinesi” impiegò 10 anni, ma a quanto pare il suo era uno stratagemma per farsi mantenere, dato che André Gide, collega e premio Nobel, sosteneva che Rilke avesse detto che i versi gli venivano di getto, quindi non necessitava dell’attesa in bei castelli. (Cfr. Marias p. 85)
Caso drammatico invece quello di Malcom Lowry, scrittore britannico, che era solito ubriacarsi e vendere persino i vestiti per una bottiglia. (Cfr. Marias p. 89) La moglie, Margerie Bonner, sopportava il marito vivendo in capanne e case che spesso prendevano fuoco a causa dell’incuria dell’uomo. Una volta la donna rischiò la vita per salvare l’originale di “Sotto il vulcano”, anche se lo scrittore aveva comunque l’abitudine di perdere gli originali e riscriverli senza grosse difficoltà (Cfr. Marias p. 90). Lowry tentò più volte persino di strangolare la moglie, che tuttavia non abbandonò l’artista al punto che alla fine dei suoi giorni lo scrittore, che non riusciva a scrivere e si affidava per la dettatura esclusivamente alla moglie, non voleva altre persone accanto al di fuori di lei. (Cfr. Marias p. 94).
Javier Marias nell’opera descrive diversi aspetti privati della vita di importanti artisti accanto a figure meno note. Tra le artiste meno conosciute citiamo Lady Hester Stanhope e Adah Isaacs Menken.
Montero nella sua opera riporta casi ancora più emblematici per il nostro lavoro: il primo è quello di Zenobia Camprubi, moglie del Nobel 1956 per la letteratura Juan Ramon Jimenez.
Zenobia si annullò a favore del marito, che aveva problemi psicologici e psichiatrici. La donna arrivò persino a non curarsi perché il marito aveva bisogno di lei per le sue opere e per la vita quotidiana. Nel 1956 poco prima di morire si “consolò” vedendo il marito ricevere il premio Nobel. Aveva tardato troppo l’operazione, era ormai inoperabile e destinata a morire in pochi mesi. Alla morte della moglie l’intellettuale fu internato e impazzì. Senza Zenobia non era in grado di scrivere nemmeno una riga. Morì dopo un anno e mezzo.
Questa può essere una tipica storia di una moglie che si annulla completamente per il genio del marito. Genio che senza la moglie non era in grado di fare nulla.
Ancora più interessante il secondo caso, citato sempre da Montero: quello di Maria Lejarraga.
Maria manteneva il marito Gregorio Martinez Sierra famoso drammaturgo, con il suo stipendio da maestra. Lei lavorava, puliva casa e… la sera scriveva opere teatrali e romanzi che il marito firmava. (Cfr. Montero p. 122)
Lui a volte l’aiutava e a volte non faceva nulla, nemmeno scriveva una riga. Forse annoiato, visto che non faceva granché, la tradì con l’attrice Catalina Barcena. Ma non lasciò la moglie che, completamente succube, tentò il suicidio nel 1909.
Nel 1922 Catalina ebbe una figlia con Gregorio e finalmente Maria si separò ma … «siguio’ escribiendo para su marido y manteniendo el silencio hasta el final». Quindi Maria continuò a scrivere per il marito. (Cfr. Montero p. 124)
Lasciarlo non significava non scrivere più per lui, anzi! L’uomo le inviava lettere chiedendole opere teatrali, articoli, pure necrologi. (Cfr. Montero p. 124)
Il fatto che fosse Maria a scrivere era noto, tanto che nella compagnia teatrale lo sapevano tutti: «todos en el teatro sabiamos que quien escribía las obras era dona Maria y que don Gregorio no escribía ni cartas a la familia» (Cfr. Montero p. 124)
Durante la Seconda Guerra Mondiale Maria andò in Francia e lui in Argentina. La donna in Francia si dovette nascondere, visto che i tedeschi perseguivano i repubblicani spagnoli. Quasi cieca e morta di fame non ricevette da Gregorio nemmeno una moneta. (Cfr. Montero p. 125)
Nel 1952 Maria, in una autobiografia, scrisse che rinunciava all’identità perché la famiglia vedeva male lo scrivere: era maestra e non voleva una dubbia fama. Inoltre, amava Gregorio. (Cfr. p. 126)
La pacata e rispettosa denuncia di Maria fu vista molto male dagli uomini che l’accusarono e cercarono di renderla silenziosa, come era stato per lei per tutta la vita. (Cfr. Montero p. 128).
La storia di Maria può ricordare quella nota grazie al film “Big Eyes”, dell’artista Margaret D. H. Keane, nata Peggy Doris Hawki (nata nel 1927) autrice di soggetti con occhi grandi. Durante gli anni ’60 il marito firmò tutte le opere, presentandosi come l’autore.
In moltissimi casi le mogli hanno aiutato il marito artista, meno frequente il contrario. E ancora meno frequente il caso di mariti defraudati dalle consorti, soprattutto improbabile in epoche passate.
Le donne geniali spesso non furono fortunate nemmeno con la famiglia d’origine, come capitò a Hildegart Rodriguez, uccisa dalla madre 1933 a 18 anni. A 17 anni la ragazza si laureò in Diritto, si mise a studiare Medicina e pubblicò un’opera dal titolo “Se equivoco Marx?”, una critica al marxismo per la quale fu espulsa dalla Gioventù Socialista. (Cfr. Montero p. 181) A 18 anni disse alla madre di volersene andare in Inghilterra e quest’ultima la uccise.
La madre di Hildegart, Aurora, aveva già allevato un genio: un bimbo prodigio figlio di una sorella. Aurora era una geniale autodidatta, ma pazza. Il bambino, Pepito Arriola, finché rimase con la zia fu un prodigio del piano, (Cfr. Montero p. 178) poi le fu tolto e da grande non diede forma al suo talento. Il secondo prodigio che allevò fu sua figlia.
Secoli e millenni ostici hanno fatto perdere al mondo la creatività di almeno metà della popolazione mondiale che, in molti casi, ha sostenuto il compagno anche in situazioni intollerabili, come per le tante Margerie Bonner e Zenobia Camprubì.
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Immagine: Rainer Maria Rilke e Clara Rilke-Westhoff, 1901 (rielaborata)
Autore sconosciuto – Pubblico dominio
