Elizabeth Peratrovich: la voce che fa la differenza

Era da tempo che desideravo parlare di Elizabeth Peratrovich (1911–1958) e il 16 febbraio – Elizabeth Peratrovich Day – è l’occasione perfetta.

Anche l’origine del nome di Elizabeth è affascinante: nata Ḵaax̲gal.aat che significa “persona che fa i bagagli da sola”, dopo l’adozione diventò Elizabeth Jean Wanamaker e dopo il matrimonio, con un uomo di origine nativa e serba, divenne Peratrovich.

Elizabeth e il marito Roy dedicarono tutta la vita alla lotta contro le discriminazioni che subivano i nativi. All’epoca, in Alaska, era pieno di cartelli con scritto “No Natives Allowed” (niente nativi ammessi). Più volte cercarono di far cambiare le leggi ma incontrarono ostacoli che parevano insormontabili. 

Nel 1945 presentarono una nuova legge e le parole di Elizabeth Paratrovich furono determinati per l’approvazione dell’Anti-Discrimination Act, la prima legge sui diritti civili negli Stati Uniti post-Guerra Civile, ben diciannove anni prima del più celebre Civil Rights Act federale del 1964.

In qualità di attivista e di Gran Presidente dell’Alaska Native Sisterhood parlò davanti al Senato territoriale dell’Alaska rispondendo ad accuse infamanti, come quelle di essere dei barbari e quindi indegni di stare accanto alle acculturate popolazioni bianche. Un messaggio vergognoso, ovviamente ingiusto e anche stupido, visto che veniva rivolto ad una donna intelligente che aveva studiato al college e che non mancava di oratoria appassionata.

Oggi, Elizabeth Peratrovich è celebrata come eroina dei diritti umani. 

La sua eredità ci ricorda che l’uguaglianza è un diritto da difendere con coraggio e perseveranza. Anche quando tutto sembra inutile. 

Le parole di Elizabeth “Ci sono tre tipi di persone che praticano la discriminazione: i timorosi, gli ignoranti e i malvagi. Una legge non può eliminare la paura o l’ignoranza, ma può controllare i malvagi”