Da qualche anno a questa parte si sta fortunatamente assistendo a un numero sempre crescente di bambine e ragazze che si distinguono nell’ambito della programmazione informatica, una professione interessante e oggigiorno anche ben remunerata.
Si tratta di un nuovo sbocco lavorativo, conseguibile soprattutto grazie allo studio della matematica e, più in generale, delle materie scientifiche. Tuttavia, sebbene sia opinione diffusa che una professione di questo tipo sia prerogativa quasi soltanto maschile, è importante ricordare come, in realtà, l’informatica fu in origine donna. Ciò che però successe dopo fu che le donne furono scalzate dagli uomini.
Di donne informatiche e matematiche ce ne sono state eccome, soprattutto negli Stati Uniti: già negli anni ‘40 non mancavano laureate in materie scientifiche, donne che però rimanevano a casa… Tuttavia, quando cominciarono a scarseggiare gli scienziati uomini – perché impegnati al fronte o in lavori più remunerati – si cominciò a reclutare anche le donne laureate, che si distinsero per essere brillanti, intelligenti e creative oltre che precise e modeste. Nonostante ciò, erano meno remunerate nonostante conseguissero risultati spesso migliori, più accurati e veloci, soprattutto nei calcoli. Infatti, per i calcoli più sofisticati, quali le traiettorie dei missili o le missioni spaziali furono impiegate quasi esclusivamente donne.
E non finisce qui. Tra queste donne ci furono anche quelle che programmarono i computer che utilizziamo oggi!!
Molti studi recenti hanno messo in luce il contributo femminile alla nascita dell’informatica e diversi libri sono stati dedicati alla prima programmatrice della storia, Ada Byron Lovelace (1851 -1852). Ecco una storia al femminile.
Tra i libri utili per approfondire o meglio riconsiderare questa tematica sotto un’altra ottica figura l’opera “Il computer è donna. Eroine geniali e visionarie che hanno fatto la storia dell’informatica”, di Carla Petrocelli.
La prof.ssa Petrocelli ricorda come “Il lavoro di programmatore, che aveva visto la luce in un team esclusivamente femminile e che si era rivelato molto più complesso del previsto, subì un’opera di revisione e divenne rapidamente una professione “per uomini”. (Cfr. p. 72)
E ancora sappiamo che negli Stati Uniti, nel 1967, lavorassero 20.000 programmatrici (Cfr. p. 101) ma che poi “la pubblicità e i media hanno dunque svolto un ruolo importante in questi anni, creano, diffondendo e divulgando immagini di uomini risolutori, esperti e innovatori, quasi con l’obiettivo di cancellare del tutto la presenza femminile” (Cfr. p. 108)
La realtà era invece quella di donne esperte in matematica, molto istruite e intelligenti che negli Stati Uniti, con poche istruzioni e tanta fantasia ed intelligenza, riuscirono a programmare le macchine. Poi però furono messe da parte quando si capì che la programmazione non era un lavoro di poca importanza. Tutt’altro. Era un lavoro strategico che permetteva di impostare una visione delle cose da non lasciare in mano femminile. Inoltre, nel corso degli anni, erano aumentate sia le retribuzioni sia le prospettive di carriera, rendendo il mondo della programmazione molto interessante anche per gli uomini.
Se oggi pensiamo che le donne non vogliano studiare le materie scientifiche e soprattutto non siano portate per la matematica e l’informatica lo dobbiamo ad una cultura maschilista e per certi versi deviata e deviante.
La programmazione è in realtà nata da donne geniali che furono soppiantate da lavoratori con più potere, quando il lavoro diventò interessante. Una storia ben diversa da quella che ci hanno insegnato e che esclude o allontana le donne dal mondo delle scienze a causa di una inventata incapacità intellettuale o di una formazione lacunosa! Quasi a voler colpevolizzare le donne per una esclusione che viene in realtà dall’alto, come imposizione e non come scelta.
Ricordiamo infine anche la storia delle donne afroamericane che lavoravano per la Nasa, donne brillanti e geniali di cui narra il film “Il Diritto di Contare”.
